Doccia con la febbre: si può fare?

La febbre è un sintomo, non una patologia. Si manifesta a partire da stati infettivi e condizioni patologiche e rappresenta il tentativo del nostro corpo di controllare fenomeni che ritiene pericolosi. La febbre può essere accompagnata da aumento della sudorazione, brividi corporei, mal di testa, dolori muscolari, mal di gola, nausea, inappetenza, disidratazione e stanchezza. DI per sé la febbre non deve spaventare: in un individuo adulto può risultare pericolosa per l’organismo solo se venissero superati i 40 gradi corporei. Se la febbre è associata a patologie come l’influenza stagionale, tenderà a scomparire spontaneamente e la temperatura può essere abbassata tramite farmaci antipiretici – come, ad esempio, il paracetamolo – e anti-infiammatori non steroidei, come l’ibuprofene o l’aspirina.

Si può fare la doccia con la febbre?

Fare la doccia non è sconsigliato. È importare però evitare di esporsi a basse temperature prima, durante o dopo averla effettuata.  Prendere freddo potrebbe causare i brividi, che aumentano la temperatura corporea contribuendo alla sensazione di disagio legata alla febbre. Una doccia leggermente calda o tiepida, non troppo lunga può essere benefica per il nostro organismo, basta stare attenti a non prendere freddo una volta usciti.

I rimedi non-farmacologici

In caso di alte temperature e sensazione di calore, impacchi di acqua fredda sulla fronte sono utili per diminuire temporaneamente la temperatura. Per contro, in caso di brividi di freddo, è bene tenersi al caldo tramite l’utilizzo di coperte, bevande calde e riscaldamento degli ambienti.

Riposo, idratazione e una sana alimentazione sono fondamentali.

È molto importante bere frequentemente e mangiare a piccole dosi ma ravvicinate nel tempo, specie se si è inappetenti. I cibi da prediligere sono quelli semi-solidi, come le minestre, e poi i carboidrati e la frutta e la verdura per le loro proprietà antiossidanti. Praticare attività fisiche faticose per l’organismo o sport, per esempio, in un quadro di infiammazione generalizzata, può contribuire all’innalzamento della temperatura corporea, ed è sconsigliata l’assunzione di zuccheri e di alimenti grassi. Il riposo, infine, è fondamentale.

Come igienizzare le mani proteggendo la pelle

In questo periodo di emergenza abbiamo imparato che il rispetto delle norme igieniche rappresenta la modalità principale di protezione individuale dal rischio di contagio.

Tra queste norme troviamo sul podio l’importanza di lavarsi spesso e correttamente le mani. Si tratta di una pratica di igiene quotidiana che è bene rispettare sempre ma che, in questo particolare momento, non rappresenta solo una buona norma ma una necessità indiscussa per difendersi dalle infezioni.

Lavare le mani frequentemente è fondamentale, ma è importante anche prestare attenzione alla cura della pelle. Può accadere che la pelle delle tue mani ne risenta e che compaiano secchezza, arrossamenti e screpolature.

Ecco qualche consiglio per proteggerla e curarla:

  • Lavati con acqua tiepida, non fredda, ma neanche calda
  • Usa un detergente delicato, meglio se senza profumi 
  • Asciuga bene le mani ma con delicatezza
  • Quando le mani sono asciutte applica una crema idratante ed emolliente che aiuti la tua pelle a ritrovare il suo naturale equilibrio
  • Usa dei guanti prima di toccare sostanze potenzialmente irritanti.
  • Evita di mangiarti le unghie e le pellicine, perché potrebbero crearsi micro-ferite che possono costituire la porta di accesso a virus e batteri
  • Applica una buona quantità di crema sulle mani prima di andare a dormire

In farmacia siamo disponibili e in prima linea per proteggerti e aiutarti anche fornendoti altri consigli pratici ma autorevoli che possano facilitare la tua vita quotidiana in questa situazione di emergenza.

Medicinali su misura preparati in farmacia

Non sempre le necessità terapeutiche di un paziente possono essere soddisfatte con medicinali di origine  industriale. Questo accade per esempio con:

  • i farmaci orfani, destinati alla cura di malattie talmente rare da non rendere redditizia la loro produzione;
  • i medicinali in via di registrazione;
  • le formulazioni con dosaggi non presenti in farmaci industriali;
  • le associazioni di principi attivi non disponibili commercialmente;
  • le formulazioni diverse da quelle presenti sul mercato.

In tutti questi casi, e in altri ancora, può diventare necessario ricorrere alle preparazioni magistrali, vale a dire medicinali realizzati dal farmacista in base a una prescrizione medica destinata a una determinata persona: medico e farmacista sono, con compiti diversi i due artefici di questo tipo di farmaci, e insieme ne garantiscono qualità, efficacia e sicurezza.

I vincoli per il medico

Il medico può prescrivere preparati magistrali a base di principi attivi che abbiano una di queste  caratteristiche:

  • siano contenuti in medicinali autorizzati in Italia, o in un Paese comunitario;
  • abbiano l’autorizzazione revocata  e non confermata, solo se per motivi non riguardanti la sicurezza del farmaco;
  • siano descritti nelle farmacopee di Paesi comunitari.

Qualora il medicinale venga prescritto per indicazioni terapeutiche diverse da quelle dei medicinali industriali a base dello stesso principio attivo, il medico deve ottenere il consenso della persona a utilizzarli, e specificare nella ricetta i motivi particolari che ne giustificano la prescrizione. Inoltre, nella ricetta il medico deve trascrivere un riferimento che consenta di risalire alla persona cui il farmaco è destinato.

Come vengono realizzati

Il farmacista è responsabile della qualità delle sostanze utilizzate e della corretta tecnica di preparazione, presupposti che garantiscono l’efficacia e la sicurezza della preparazione magistrale. È tenuto a verificare i requisiti formali e sostanziali della ricetta per tutelare la salute del cittadino. Inoltre, deve:

  • controllare la conformità del dosaggio prescritto alla Farmacopea ufficiale italiana: se il dosaggio supera quello indicato nella tabella, sulla ricetta dev’essere riportata la dichiarazione di responsabilità da parte del medico;
  • verificare l’assenza di eventuali incompatibilità chimico-fisiche;
  • verificare la possibilità di allestire la preparazione in laboratorio.

Nel realizzare il farmaco magistrale il farmacista segue le norme di buona preparazione riportate nella Farmacopea ufficiale italiana e in un decreto ministeriale del 2003.

L’etichetta che il farmacista redige e appone sulla preparazione magistrale contiene varie informazioni:

  • nome, indirizzo e numero di telefono della farmacia;
  • data della consegna alla persona (o data della spedizione);
  • composizione qualitativa e quantitativa del farmaco;
  • numero progressivo o numero di lotto;
  • nome del medico prescrittore:
  • data di preparazione e di scadenza;
  • prezzo praticato;
  • tipo di uso (ad esempio, per bocca);
  • ogni avvertenza utile per uso, conservazione e smaltimento corretti.

Acufene, quando le orecchie odono rumori

Un rumore fastidioso presente nelle orecchie o nella testa. È un disturbo piuttosto comune: in Italia circa il 15% della popolazione ne ha sofferto almeno una volta. L’acufene, detto anche tinnito, nella quasi totalità dei casi non proviene da alcuna sorgente sonora, né all’interno né all’esterno del corpo, e viene percepito solo dalle persone che ne soffrono. Si tratta non di una vera malattia ma di un disturbo più o meno fastidioso o, in alcuni casi, del segnale di qualche altra patologia. Il tipo di rumore e di intensità varia di volta in volta e da persona a persona. I suoni possono essere di varia tonalità, da grave ad acuta, ed essere percepiti come fischi, ronzii, fruscii, sibili, pulsazioni simili al battito del cuore. La durata e l’intensità del fastidio sono molto variabili, da un leggero rumore a suoni molto intensi che possono incidere pesantemente sulla qualità della vita; possono comparire una volta sola, manifestarsi più volte a intervalli di tempo di durata variabile o, raramente, durare tutta la vita.

Cosa provoca il fastidio?

Cause frequenti:

  • Presbiacusia, perdita di udito legata all’età;
  • Danni all’orecchio interno causati da un’esposizione ripetuta a rumori forti, dall’ascolto per lunghi periodi di musica a volume molto alto (l’esposizione a breve termine, come partecipare a un concerto o udire uno sparo, di solito crea un problema solo temporaneo);
  • Accumulo di cerume con formazione di un tappo;
  • Infezione dell’orecchio medio;
  • Otite, un’infiammazione dell’orecchio che causa un accumulo di liquido nell’orecchio medio;
  • Timpano perforato;
  • Sindrome di Ménière, malattia che causa perdita di udito e vertigini;
  • Otosclerosi, malattia in cui una crescita ossea anormale nell’orecchio medio provoca perdita di udito;
  • Condizioni di forte stress emotivo e ansia.

Causa più rare:

  • Traumi alla testa;
  • Esposizione a un rumore improvviso o molto forte, come un’esplosione;
  • Anemia, una riduzione dei globuli rossi nel sangue;
  • Reazione ad alcuni farmaci, come chemioterapici, antibiotici, diuretici, farmaci antiinfiammatori non steroidei (FANS) a dosi molto elevate;
  • Neuroma acustico, tumore benigno che colpisce il nervo dell’udito;
  • Pressione alta (ipertensione ) e restringimento delle arterie (aterosclerosi);
  • Malfunzionamento della ghiandola tiroidea (ipertiroidismo o ipotiroidismo);
  • Diabete;
  • Morbo di Paget, malattia metabolica delle ossa che interrompe il normale ciclo di rinnovamento e di riparazione ossea.

Il rumore può essere sentito in una o in entrambe le orecchie o, più genericamente, nella testa. In alcune persone, si manifesta con tale intensità da ostacolare seriamente udito e concentrazione. In alcuni casi diventa costante nel tempo e può causare conseguenze di natura psicologica: depressione, ansia, disturbi del sonno. L’acufene può svilupparsi gradualmente nel tempo o improvvisamente. Può colpire persone di qualsiasi età, anche se nei bambini è più raro mentre è più comune nelle persone anziane. Le cause possibili sono varie, ma spesso non è facile individuarle; il disturbo è più comune in coloro che hanno subito un danno all’udito, anche se circa una persona su tre non ha alcun problema  evidente alle orecchie.

Le possibilità di cura

Non esiste una terapia specifica e definitiva per l’acufene, ma è possibile una serie di interventi che possono risolvere o, quanto meno, alleviare gradualmente il disturbo. Se, per esempio, la causa è un accumulo di cerume, questo può essere rimosso con semplici gocce per l’orecchio, disponibili in farmacia, e/o con una irrigazione dell’orecchio con acqua tiepida per mezzo di una siringa da almeno 100 ml dotata di uno speciale beccuccio. Se, invece, sono provocati da una reazione a un farmaco, è necessario consultare il medico o il farmacista.

Nel caso di acufeni determinati da una perdita dell’udito, potrebbe essere utile  utilizzare un apparecchio acustico o, in alcuni casi, sottoporsi a un intervento chirurgico. Spesso, tuttavia, non è possibile individuare una causa specifica e in ogni caso non si riesce ad attuare una vera terapia, e si  utilizzano allora strategie per imparare a convivere con l’acufene. Un’attenzione a proteggere il proprio udito, infine, costituisce una strategia di prevenzione del disturbo.

Convivere con il disturbo

Alcuni accorgimenti possono aiutare a convivere con l’acufene:

  • evitare il silenzio assoluto e coprire il ronzio con un altro suono: a volte basta aprire una finestra per sentire i rumori provenienti dall’esterno, lasciare accesi a basso volume radio o tv, far funzionare un ventilatore; esistono anche apparecchi che producono suoni naturali, così come cuscini con altoparlanti incorporati che aiutano a distrarre l’attenzione dagli acufeni quando si va a dormire, e piccoli dispositivi per la generazione di suoni che si applicano nell’orecchio come un apparecchio acustico;
  • affidarsi a un supporto psicologico che induca a classificare il ronzio come un suono senza importanza e senza valore particolare;
  • evitare l’esposizione a rumori forti;
  • ridurre il consumo di alimenti e bevande ricchi di caffeina e cacao;
  • evitare alcool e fumo. Alcune persone trovano utili le tecniche di auto-aiuto contro lo stress:
  • rilassamento con respirazione profonda, meditazione o yoga;
  • ascolto di musica o rumori distensivi;
  • se gli acufeni incidono sul sonno, rispettare orari regolari nel
  • coricarsi ed evitare alcool e caffeina prima di andare a letto;
  • un hobby o un’attività piacevole può aiutare a distrarsi dal ronzio;
  • gruppi di sostegno: condividere le proprie esperienze con altre persone che hanno lo stesso problema può aiutare ad affrontarlo.

Accorgimenti per prevenire

  1. Evitare l’esposizione a rumori intensi (volume alto di musica e tv, rumori esterni come martelli pneumatici, colpi di pistola eccetera);
  2. Indossare una protezione sulle orecchie (cuffie o tappi auricolari) in tutte le situazioni in cui si è costretti a esporsi a rumori forti;
  3. Rispettare le norme di sicurezza nei luoghi di lavoro: indossare cuffie o tappi auricolari quando il rumore supera una certa soglia di intensità;
  4.  Tenere sotto controllo la pressione del sangue;
  5. Mantenere pulite le orecchie per evitare che si formino tappi di cerume.

11 alimenti che il tuo gatto non deve mai mangiare

Lo sapevi che esistono dei cibi che i gatti proprio non possono mangiare? Sono undici gli alimenti che i veterinari sconsigliano per il nostro peloso amico. Vediamo quali.

  1. L’avocado – le foglie, il frutto e i semi contengono un principio tossico chiamato persin che crea problemi gastrointestinali e problemi respiratori, in caso di assunzione eccessiva può provocare anche la morte.
  2. Gli alcolici – hanno gli stessi effetti epatici e celebrali che hanno sull’uomo, con la differenza che sono sufficienti quantità molto minori per provocare seri disturbi. Possono provocare intossicazione, coma e nei casi più gravi la morte.
  3. Le caramelle e le gomme – lo xilitolo, contenuto in molti di questi prodotti come dolcificante, è tossico per i gatti. Può causare l’abbassamento livelli di glucosio nel sangue, depressione del sistema nervoso centrale, perdita di coordinazione e spasmi dopo 30 minuti dalla sua ingestione.
  4. Il cioccolato, il cacao, il caffè e il the –  caffeina, teobromina e teofillina, contenuti in questi alimenti, stimolano il sistema nervoso centrale e il cuore, inoltre non vengono ben metabolizzati dall’organismo del gatto. In particolare la teobromina può provocare intossicazione. I disturbi sono convulsioni, vomito, fino all’attacco cardiaco e nei casi peggiori, il decesso.
  5. La cipolla, l’aglio e l’erba cipollina – contengono solfossidi e disolfuri, composti chimici che possono danneggiare i globuli rossi. L’assunzione prolungata nel tempo favorisce l’insorgere dell’anemia.
  6. Il fegato – in grandi quantità può causare tossicità della vitamina A, che colpisce i muscoli e le ossa, e deposito di rame nel fegato. Causa deformazione ossea, osteporosi  e può portare alla morte.
  7. Il latte e suoi derivati – i gatti non sono in grado di digerire il lattosio, lo zucchero contenuto nel latte. Dunque meglio evitare o optare per prodotti specifici per i felini per evitare problemi digestivi, mal di pancia, diarrea.
  8. Gli omogeneizzati per bambini – spesso negli omogeneizzati è presente la polvere di cipolla come aromatizzante, la cui minima quota può già essere responsabile di danni a livello eritrocitario. L’assunzione favorisce l’insorgere dell’anemia.
  9. Le ossa spolpate e/o ricoperte di grasso – le ossa sono troppo dure per i denti di un gatto e sono pericolose per l’apparato digerente. Il grasso può causare problemi digestivi. Inoltre, possono causare lacerazioni interne, ostruzioni, perforazioni e/o infezioni intestinali e soffocamento.
  10. Il pesce crudo – l’assunzione prolungata nel tempo provoca la distruzione della tiamina, una vitamina B essenziale per la salute del gatto. Crea problemi neurologici, convulsioni e coma.
  11. L’uovo crudo – può contenere salmonella, meglio servirlo cotto e poco spesso per evitare l’intossicazione, fino alla pancreatite.

Contraccettivi d’emergenza: quali sono e come si usano

La contraccezione d’emergenza (spesso conosciuta come “pillola del giorno dopo” anche se non è l’unica opzione disponibile) è un intervento che aiuta la donna a non andare incontro a una gravidanza indesiderata in seguito a un rapporto sessuale non protetto: nel caso in cui, cioè, non sia stato usato un metodo contraccettivo oppure in cui quest’ultimo abbia fallito nel suo utilizzo (per esempio: il preservativo si è rotto o si è sfilato, ci si è scordate di prendere tre o più pillole consecutive, il cerotto anticoncezionale si è staccato o l’anello contraccettivo si è tolto).

Dal momento che la salute riproduttiva e sessuale sono un diritto fondamentale delle persone, la contraccezione d’emergenza ne è parte integrante a tutti gli effetti. Questo intervento può essere utilizzato da qualunque donna in età riproduttiva che possa averne bisogno e non ci sono, visto il tempo di assunzione molto breve, controindicazioni mediche. Però, come intuibile dal nome, deve essere utilizzata solo in emergenza: ciò significa che non è indicata come metodo contraccettivo abituale da utilizzare dopo ogni rapporto sessuale.

Quali tipologie di contraccezione d’emergenza esistono in Italia?

  1. La pillola contenente il farmaco “levonorgestrel” a 1,5 mg da assumere in un’unica somministrazione (la cosiddetta pillola del giorno dopo). Questa pillola deve essere assunta entro 72 ore da un rapporto sessuale non protetto.
  2. La pillola contenente il farmaco “ulipristal acetato” a 30 mg da assumere in un’unica somministrazione (la cosiddetta pillola dei cinque giorni dopo). Questa pillola deve essere assunta entro 120 ore da un rapporto sessuale non protetto.

Entrambi i metodi agiscono ritardando o inibendo l’ovulazione e hanno un’efficacia massima (ma non certezza) se assunti il prima possibile, meglio se entro le 24 ore dal rapporto sessuale non protetto. Dopo il loro utilizzo è necessario astenersi dai rapporti sessuali o utilizzare un altro metodo contraccettivo (preferibilmente il preservativo) fino alla comparsa delle successive mestruazioni, e sottoporsi a un test di gravidanza nel caso in cui il ciclo mestruale non compaia dopo tre settimane. Uno dei fattori da cui dipende la loro efficacia è il periodo del ciclo mestruale in cui ci si trova (se la donna ha già ovulato non hanno effetto) e quella dell’ulipristal acetato è lievemente maggiore rispetto al levonorgestrel.

  1. IUD al rame, che deve essere inserita all’interno dell’utero dal ginecologo (la cosiddetta spirale). È il metodo più efficace e deve essere utilizzato entro le 120 ore dal rapporto sessuale non protetto. Non è adatto, però, in tutte le situazioni: per esempio, non è in genere indicato nelle ragazze adolescenti o nelle condizioni in cui la spirale utilizzata come metodo contraccettivo abituale risulti controindicata.

L’unica vera controindicazione alla contraccezione d’emergenza è la gravidanza in atto. In tal caso la spirale non può essere usata e le pillole non sono indicate. Non ci sono, tuttavia, evidenze che suggeriscano un possibile effetto dannoso alla donna o al feto nel caso in cui le pillole per la contraccezione d’emergenza orale venissero assunte ugualmente. A tal proposito, è fondamentale specificare che questi medicinali non sono abortivi: le pillole utilizzate per la contraccezione d’emergenza non causano l’aborto e non impediscono l’impianto della cellula uovo fecondata in utero se questo è già avvenuto. Non devono essere confuse, quindi, con i farmaci abortivi.

È necessaria la prescrizione del medico??

In Italia i farmaci a base di levonorgestrel e ulipristal acetato non sono soggetti a prescrizione. Ciò significa che in caso di bisogno ci si può recare direttamente in farmacia. Per le pazienti minorenni è obbligatoria la prescrizione medica per il Norlevo (a base di levonorgestrel) , mentre non è necessaria la prescrizione per Ellaone (ulipristal) in quanto è compito del farmacista fornire tutte le informazioni necessarie.

Giornata di Raccolta del Farmaco anche in Farmacia Roma Est

Speriamo, ma non sappiamo, se il nuovo anno sarà più sereno di quello concluso. Ciò che sappiamo è che c’è bisogno, come non mai, di un moto collettivo di umanità affinché il nostro Paese non si pieghi allo sconforto. La crisi economica innescata da quella sanitaria ha reso povere tante persone e spinto in una condizione di ulteriore marginalità chi povero già lo era.

Nonostante le difficoltà che stiamo vivendo da un anno, la Giornata di Raccolta del Farmaco si farà. Durerà una settimana, da martedì 9 a lunedì 15 febbraio 2021. Come sempre, ai clienti delle nostra farmacia sarà proposto di donare un medicinale per le realtà assistenziali che si prendono cura degli indigenti.

È necessario farla perché ce n’è bisogno (almeno 434.000 persone non si possono curare per ragioni economiche). E perché, ora come rare volte nella storia contemporanea, affinché la speranza abbia la meglio, servono esempi e gesti di gratuità.

Ognuno può a fare la propria parte.

5 rimedi più efficaci per sgonfiare la pancia

Se la vostra pancia è spesso gonfia come un palloncino, ci sono cibi, accorgimenti e rimedi naturali che possono aiutare a risolvere il problema.

Finocchi

Crudi, cotti o come semi nella tisana, favoriscono la digestione e diminuiscono i gonfiori. Stimolano la motilità dello stomaco e dell’intestino. Hanno azione antifermentazione. Ottima la tisana, anche fredda, da portarsi appresso e bere durante la giornata.

Carbone vegetale

Con le dovute precauzioni, è un ottimo rimedio per assorbire i gas in eccesso, ma anche l’acqua, il che lo rende utile anche in caso di diarrea. Si trova in forma di capsule o tavolette da assumere con abbondante acqua. È in grado di adsorbire, trattenendole, anche alcune sostanze tossiche, pertanto viene utilizzato come cura vera e propria.

Attenzione: lega a sé anche eventuali farmaci, diminuendone l’efficacia, pertanto è bene sentire il proprio medico se lo si intende utilizzare in contemporanea ad altre cure.

Zenzero

Spezia dal sapore piccantino molto gradevole, ha un potente effetto antinausea, aiuta i processi digestivi e quindi contribuisce ad eliminare il gonfiore addominale dopo i pasti. Aggiungetelo in polvere ai piatti di legumi, per migliorarne la digeribilità, oppure fatene tisane, con zenzero fresco, acqua calda (e magari limone).

Fermenti lattici e probiotici

Nel nostro apparato digerente vive un vero e proprio organo, detto microbiota, composto da microorganismi, batteri e lieviti, che ci aiutano a digerire, ad assimilare i nutrienti e producono vitamine per noi. Se però una terapia antibiotica o un’alimentazione scorretta distruggono questa, che chiamiamo comunemente flora batterica, digeriamo male, i cibi fermentano nell’intestino, con conseguente produzione di gas e gonfiore.

Che fare? Aiutare il ripristino dei batteri “buoni”, con alimenti fermentati come lo yogurt, il miso e il kefir, oppure integrando con capsule di probiotici, nel caso la situazione lo richieda.

I cibi da evitare

Evitare gli alimenti che ci causano gonfiore. Fateci caso: spesso ci sono dei cibi che – sempre quelli – ci provocano gonfiore e fastidio addominale. Possono essere diversi da persona a persona, ma il più delle volte appartengono a tre grandi gruppi: latte e latticini, glutine, lievito. Provate a diminuirne il consumo e a vedere se i sintomi migliorano.

Sangue senza Covid: le accortezze per donare in sicurezza

Il bisogno di sangue non si esaurisce mai: ogni giorno 1.800 persone necessitano di trasfusioni per poter sopravvivere. Per questo nonostante la pandemia l’AVIS, l’Associazione volontari italiani del sangue, invita i donatori a non far mancare il loro generoso apporto. E ricorda che donare sangue rientra tra le “situazioni di necessità” per le quali è consentito spostarsi anche in presenza di limitazioni alla circolazione delle persone per via del COVID-19.

Il donatore dovrà stampare e compilare l’autodichiarazione, nella quale inserire la specifica donazione di sangue ed emocomponenti’ e allegare, se disponibile, la conferma della prenotazione. Utile portare con sé anche il proprio tesserino associativo. Non ci sono evidenze scientifiche che dimostrino la trasmissione del coronavirus attraverso le trasfusioni di sangue ed emocomponenti.

Tuttavia le persone contagiate sono tenute a osservare un periodo di sospensione dalla donazione e quelle che si ammalano dopo una donazione a mettersi in contatto con la struttura.

È prevista la sospensione di 14 giorni:

• per tutti i donatori che abbiano viaggiato in paesi con elevata diffusione dell’epidemia, individuati di volta in volta dal Ministero della salute;

• per tutti quelli che siano stati esposti al rischio di contagio, entrando in contatto con una persona con infezione documentata da nuovo coronavirus (ma la sospensione è ridotta a 10 giorni se, al termine del 10 giorno, il donatore si sottoporrà a un tampone con esito negativo). 

Che fare se si è contagiati

Questi gli accorgimenti che un donatore deve prendere qualora sia stato contagiato dal coronavirus.

• Se positivo asintomatico dovrà rispettare i 10 giorni di isolamento fiduciario previsto e potrà donare il sangue solo se si sottoporrà, al termine di questo periodo, a un tampone che dia esito negativo;

• Se positivo sintomatico dovrà rispettare i 10 giorni di isolamento e potrà donare solo dopo aver effettuato un tampone con esito negativo, tre giorni dopo la risoluzione di tutti i sintomi con l’eccezione della perdita di olfatto e di perdita o alterazioni del gusto, che potrebbero durare più a lungo;

• Se positivo di lungo termine potrà donare solo dopo la risoluzione di tutti i sintomi e dopo essersi sottoposto a un tampone con esito negativo.

Resta sempre valida la raccomandazione di avvisare il medico responsabile della selezione donatori di tutti i viaggi e gli spostamenti, all’estero e nel territorio nazionale, e di avvisarlo di eventuali diagnosi di Covid  anche qualora i sintomi si fossero risolti da soli o a seguito di terapie.

Se ci si ammala dopo la donazione

A donazione avvenuta   in ogni caso importante che il donatore avverta la propria struttura di riferimento nei casi seguenti:

  • qualora gli venga diagnosticata l’infezione da Sars-CoV-2 nei 14 giorni successivi alla donazione;
  • qualora insorgano sintomi assimilabili a quelli del Covid_19 nei 14 giorni successivi alla donazione;
  • qualora nei 2 giorni precedenti la donazione, sia stato in contato con una persona a cui, dopo la stessa donazione, è stata diagnosticata l’infezione da Sars-CoV-2.

Il Saturimetro (polsossimetro), a cosa serve e come si usa

In questo periodo storico di emergenza sanitaria per il Coronavirus, si sente molto parlare del saturimetro. Vediamo insieme di cosa si tratta.

Il saturimetro serve a misurare l’ossigenazione nel sangue e la frequenza cardiaca. E’ utile, quindi, per sapere se i polmoni riescono ad assumerne in quantità sufficiente dall’aria che respiri. Viene normalmente usato nei pazienti con asma, bronchite cronica, BPCO, polmoniti ecc…

I valori normali di ossigenazione (riportati come SpO2) vanno dal 97% in su, ma non sono preoccupanti valori fino a 94%, soprattutto in pazienti con note patologie polmonari. Quindi:

  • sopra il 96% i valori sono normali
  • tra il 95% e il 93% indicano una lieve ipossia
  • tra il 92% e il 90% indicano ossigenazione insufficiente ed è consigliato sottoporsi a emogasanalisi( EGA), tuttavia possono risultare normali in persone affette da BPCO (broncopneumopatie croniche ostruttive)
  • al di sotto del 90% indicano una grave ipossia ed è fondamentale sottoporsi ad emogasanalisi
  • il valore 100% misurato senza somministrazione artificiale di ossigeno può essere sintomo di iperventilazione a causa, ad esempio, di un attacco di panico.

Oltre ai valori di ossigenazione, la maggior parte dei saturimetri riporta anche la frequenza dei battiti del cuore o frequenza cardiaca: quando lo leggiamo è importante non confondere i due dati!

Per un utilizzo efficiente del saturimetro è necessario che le dita siano calde: quini sfrega bene il dito prima di misurarlo e prova su dita diverse per scegliere quella che consente di misurare meglio.

Il valore da considerare è quello più alto, quelli più bassi non si considerano, ed è meglio ripetere la misurazione su più dita.

Ci sono poi alcune condizioni che possono ostacolare la corretta misurazione, tra cui:

  • unghie troppo lunghe: vanno tagliate, altrimenti il polpastrello non cade nel raggio d’azione del raggio laser che serve a misurare la saturazione dell’ossigeno;
  • smalto: gli smalti moderni non causano valori più bassi generalmente, ma è meglio toglierli;
  • “unghie gel” (quelle che vengono incollate su quella normali): potrebbero generare falsi risultati;
  • ipotensione quindi pressione sistolica (pressione alta) al di sotto dei 60 mmHg;
  • la temperatura corporea sotto i 35°, vasocostrizione dei distretti periferici possono dare dati falsati
  • i movimenti di chi sta usando il saturimetro possono creare mancate letture.

In questo periodo può essere utile averne uno in casa per monitorare l’ossigenazione di pazienti con febbre, tosse e mancanza di respiro (dispnea): è possibile acquistarne uno in farmacia.