Acufene, quando le orecchie odono rumori

Un rumore fastidioso presente nelle orecchie o nella testa. È un disturbo piuttosto comune: in Italia circa il 15% della popolazione ne ha sofferto almeno una volta. L’acufene, detto anche tinnito, nella quasi totalità dei casi non proviene da alcuna sorgente sonora, né all’interno né all’esterno del corpo, e viene percepito solo dalle persone che ne soffrono. Si tratta non di una vera malattia ma di un disturbo più o meno fastidioso o, in alcuni casi, del segnale di qualche altra patologia. Il tipo di rumore e di intensità varia di volta in volta e da persona a persona. I suoni possono essere di varia tonalità, da grave ad acuta, ed essere percepiti come fischi, ronzii, fruscii, sibili, pulsazioni simili al battito del cuore. La durata e l’intensità del fastidio sono molto variabili, da un leggero rumore a suoni molto intensi che possono incidere pesantemente sulla qualità della vita; possono comparire una volta sola, manifestarsi più volte a intervalli di tempo di durata variabile o, raramente, durare tutta la vita.

Cosa provoca il fastidio?

Cause frequenti:

  • Presbiacusia, perdita di udito legata all’età;
  • Danni all’orecchio interno causati da un’esposizione ripetuta a rumori forti, dall’ascolto per lunghi periodi di musica a volume molto alto (l’esposizione a breve termine, come partecipare a un concerto o udire uno sparo, di solito crea un problema solo temporaneo);
  • Accumulo di cerume con formazione di un tappo;
  • Infezione dell’orecchio medio;
  • Otite, un’infiammazione dell’orecchio che causa un accumulo di liquido nell’orecchio medio;
  • Timpano perforato;
  • Sindrome di Ménière, malattia che causa perdita di udito e vertigini;
  • Otosclerosi, malattia in cui una crescita ossea anormale nell’orecchio medio provoca perdita di udito;
  • Condizioni di forte stress emotivo e ansia.

Causa più rare:

  • Traumi alla testa;
  • Esposizione a un rumore improvviso o molto forte, come un’esplosione;
  • Anemia, una riduzione dei globuli rossi nel sangue;
  • Reazione ad alcuni farmaci, come chemioterapici, antibiotici, diuretici, farmaci antiinfiammatori non steroidei (FANS) a dosi molto elevate;
  • Neuroma acustico, tumore benigno che colpisce il nervo dell’udito;
  • Pressione alta (ipertensione ) e restringimento delle arterie (aterosclerosi);
  • Malfunzionamento della ghiandola tiroidea (ipertiroidismo o ipotiroidismo);
  • Diabete;
  • Morbo di Paget, malattia metabolica delle ossa che interrompe il normale ciclo di rinnovamento e di riparazione ossea.

Il rumore può essere sentito in una o in entrambe le orecchie o, più genericamente, nella testa. In alcune persone, si manifesta con tale intensità da ostacolare seriamente udito e concentrazione. In alcuni casi diventa costante nel tempo e può causare conseguenze di natura psicologica: depressione, ansia, disturbi del sonno. L’acufene può svilupparsi gradualmente nel tempo o improvvisamente. Può colpire persone di qualsiasi età, anche se nei bambini è più raro mentre è più comune nelle persone anziane. Le cause possibili sono varie, ma spesso non è facile individuarle; il disturbo è più comune in coloro che hanno subito un danno all’udito, anche se circa una persona su tre non ha alcun problema  evidente alle orecchie.

Le possibilità di cura

Non esiste una terapia specifica e definitiva per l’acufene, ma è possibile una serie di interventi che possono risolvere o, quanto meno, alleviare gradualmente il disturbo. Se, per esempio, la causa è un accumulo di cerume, questo può essere rimosso con semplici gocce per l’orecchio, disponibili in farmacia, e/o con una irrigazione dell’orecchio con acqua tiepida per mezzo di una siringa da almeno 100 ml dotata di uno speciale beccuccio. Se, invece, sono provocati da una reazione a un farmaco, è necessario consultare il medico o il farmacista.

Nel caso di acufeni determinati da una perdita dell’udito, potrebbe essere utile  utilizzare un apparecchio acustico o, in alcuni casi, sottoporsi a un intervento chirurgico. Spesso, tuttavia, non è possibile individuare una causa specifica e in ogni caso non si riesce ad attuare una vera terapia, e si  utilizzano allora strategie per imparare a convivere con l’acufene. Un’attenzione a proteggere il proprio udito, infine, costituisce una strategia di prevenzione del disturbo.

Convivere con il disturbo

Alcuni accorgimenti possono aiutare a convivere con l’acufene:

  • evitare il silenzio assoluto e coprire il ronzio con un altro suono: a volte basta aprire una finestra per sentire i rumori provenienti dall’esterno, lasciare accesi a basso volume radio o tv, far funzionare un ventilatore; esistono anche apparecchi che producono suoni naturali, così come cuscini con altoparlanti incorporati che aiutano a distrarre l’attenzione dagli acufeni quando si va a dormire, e piccoli dispositivi per la generazione di suoni che si applicano nell’orecchio come un apparecchio acustico;
  • affidarsi a un supporto psicologico che induca a classificare il ronzio come un suono senza importanza e senza valore particolare;
  • evitare l’esposizione a rumori forti;
  • ridurre il consumo di alimenti e bevande ricchi di caffeina e cacao;
  • evitare alcool e fumo. Alcune persone trovano utili le tecniche di auto-aiuto contro lo stress:
  • rilassamento con respirazione profonda, meditazione o yoga;
  • ascolto di musica o rumori distensivi;
  • se gli acufeni incidono sul sonno, rispettare orari regolari nel
  • coricarsi ed evitare alcool e caffeina prima di andare a letto;
  • un hobby o un’attività piacevole può aiutare a distrarsi dal ronzio;
  • gruppi di sostegno: condividere le proprie esperienze con altre persone che hanno lo stesso problema può aiutare ad affrontarlo.

Accorgimenti per prevenire

  1. Evitare l’esposizione a rumori intensi (volume alto di musica e tv, rumori esterni come martelli pneumatici, colpi di pistola eccetera);
  2. Indossare una protezione sulle orecchie (cuffie o tappi auricolari) in tutte le situazioni in cui si è costretti a esporsi a rumori forti;
  3. Rispettare le norme di sicurezza nei luoghi di lavoro: indossare cuffie o tappi auricolari quando il rumore supera una certa soglia di intensità;
  4.  Tenere sotto controllo la pressione del sangue;
  5. Mantenere pulite le orecchie per evitare che si formino tappi di cerume.

11 alimenti che il tuo gatto non deve mai mangiare

Lo sapevi che esistono dei cibi che i gatti proprio non possono mangiare? Sono undici gli alimenti che i veterinari sconsigliano per il nostro peloso amico. Vediamo quali.

  1. L’avocado – le foglie, il frutto e i semi contengono un principio tossico chiamato persin che crea problemi gastrointestinali e problemi respiratori, in caso di assunzione eccessiva può provocare anche la morte.
  2. Gli alcolici – hanno gli stessi effetti epatici e celebrali che hanno sull’uomo, con la differenza che sono sufficienti quantità molto minori per provocare seri disturbi. Possono provocare intossicazione, coma e nei casi più gravi la morte.
  3. Le caramelle e le gomme – lo xilitolo, contenuto in molti di questi prodotti come dolcificante, è tossico per i gatti. Può causare l’abbassamento livelli di glucosio nel sangue, depressione del sistema nervoso centrale, perdita di coordinazione e spasmi dopo 30 minuti dalla sua ingestione.
  4. Il cioccolato, il cacao, il caffè e il the –  caffeina, teobromina e teofillina, contenuti in questi alimenti, stimolano il sistema nervoso centrale e il cuore, inoltre non vengono ben metabolizzati dall’organismo del gatto. In particolare la teobromina può provocare intossicazione. I disturbi sono convulsioni, vomito, fino all’attacco cardiaco e nei casi peggiori, il decesso.
  5. La cipolla, l’aglio e l’erba cipollina – contengono solfossidi e disolfuri, composti chimici che possono danneggiare i globuli rossi. L’assunzione prolungata nel tempo favorisce l’insorgere dell’anemia.
  6. Il fegato – in grandi quantità può causare tossicità della vitamina A, che colpisce i muscoli e le ossa, e deposito di rame nel fegato. Causa deformazione ossea, osteporosi  e può portare alla morte.
  7. Il latte e suoi derivati – i gatti non sono in grado di digerire il lattosio, lo zucchero contenuto nel latte. Dunque meglio evitare o optare per prodotti specifici per i felini per evitare problemi digestivi, mal di pancia, diarrea.
  8. Gli omogeneizzati per bambini – spesso negli omogeneizzati è presente la polvere di cipolla come aromatizzante, la cui minima quota può già essere responsabile di danni a livello eritrocitario. L’assunzione favorisce l’insorgere dell’anemia.
  9. Le ossa spolpate e/o ricoperte di grasso – le ossa sono troppo dure per i denti di un gatto e sono pericolose per l’apparato digerente. Il grasso può causare problemi digestivi. Inoltre, possono causare lacerazioni interne, ostruzioni, perforazioni e/o infezioni intestinali e soffocamento.
  10. Il pesce crudo – l’assunzione prolungata nel tempo provoca la distruzione della tiamina, una vitamina B essenziale per la salute del gatto. Crea problemi neurologici, convulsioni e coma.
  11. L’uovo crudo – può contenere salmonella, meglio servirlo cotto e poco spesso per evitare l’intossicazione, fino alla pancreatite.

Contraccettivi d’emergenza: quali sono e come si usano

La contraccezione d’emergenza (spesso conosciuta come “pillola del giorno dopo” anche se non è l’unica opzione disponibile) è un intervento che aiuta la donna a non andare incontro a una gravidanza indesiderata in seguito a un rapporto sessuale non protetto: nel caso in cui, cioè, non sia stato usato un metodo contraccettivo oppure in cui quest’ultimo abbia fallito nel suo utilizzo (per esempio: il preservativo si è rotto o si è sfilato, ci si è scordate di prendere tre o più pillole consecutive, il cerotto anticoncezionale si è staccato o l’anello contraccettivo si è tolto).

Dal momento che la salute riproduttiva e sessuale sono un diritto fondamentale delle persone, la contraccezione d’emergenza ne è parte integrante a tutti gli effetti. Questo intervento può essere utilizzato da qualunque donna in età riproduttiva che possa averne bisogno e non ci sono, visto il tempo di assunzione molto breve, controindicazioni mediche. Però, come intuibile dal nome, deve essere utilizzata solo in emergenza: ciò significa che non è indicata come metodo contraccettivo abituale da utilizzare dopo ogni rapporto sessuale.

Quali tipologie di contraccezione d’emergenza esistono in Italia?

  1. La pillola contenente il farmaco “levonorgestrel” a 1,5 mg da assumere in un’unica somministrazione (la cosiddetta pillola del giorno dopo). Questa pillola deve essere assunta entro 72 ore da un rapporto sessuale non protetto.
  2. La pillola contenente il farmaco “ulipristal acetato” a 30 mg da assumere in un’unica somministrazione (la cosiddetta pillola dei cinque giorni dopo). Questa pillola deve essere assunta entro 120 ore da un rapporto sessuale non protetto.

Entrambi i metodi agiscono ritardando o inibendo l’ovulazione e hanno un’efficacia massima (ma non certezza) se assunti il prima possibile, meglio se entro le 24 ore dal rapporto sessuale non protetto. Dopo il loro utilizzo è necessario astenersi dai rapporti sessuali o utilizzare un altro metodo contraccettivo (preferibilmente il preservativo) fino alla comparsa delle successive mestruazioni, e sottoporsi a un test di gravidanza nel caso in cui il ciclo mestruale non compaia dopo tre settimane. Uno dei fattori da cui dipende la loro efficacia è il periodo del ciclo mestruale in cui ci si trova (se la donna ha già ovulato non hanno effetto) e quella dell’ulipristal acetato è lievemente maggiore rispetto al levonorgestrel.

  1. IUD al rame, che deve essere inserita all’interno dell’utero dal ginecologo (la cosiddetta spirale). È il metodo più efficace e deve essere utilizzato entro le 120 ore dal rapporto sessuale non protetto. Non è adatto, però, in tutte le situazioni: per esempio, non è in genere indicato nelle ragazze adolescenti o nelle condizioni in cui la spirale utilizzata come metodo contraccettivo abituale risulti controindicata.

L’unica vera controindicazione alla contraccezione d’emergenza è la gravidanza in atto. In tal caso la spirale non può essere usata e le pillole non sono indicate. Non ci sono, tuttavia, evidenze che suggeriscano un possibile effetto dannoso alla donna o al feto nel caso in cui le pillole per la contraccezione d’emergenza orale venissero assunte ugualmente. A tal proposito, è fondamentale specificare che questi medicinali non sono abortivi: le pillole utilizzate per la contraccezione d’emergenza non causano l’aborto e non impediscono l’impianto della cellula uovo fecondata in utero se questo è già avvenuto. Non devono essere confuse, quindi, con i farmaci abortivi.

È necessaria la prescrizione del medico??

In Italia i farmaci a base di levonorgestrel e ulipristal acetato non sono soggetti a prescrizione. Ciò significa che in caso di bisogno ci si può recare direttamente in farmacia. Per le pazienti minorenni è obbligatoria la prescrizione medica per il Norlevo (a base di levonorgestrel) , mentre non è necessaria la prescrizione per Ellaone (ulipristal) in quanto è compito del farmacista fornire tutte le informazioni necessarie.

Giornata di Raccolta del Farmaco anche in Farmacia Roma Est

Speriamo, ma non sappiamo, se il nuovo anno sarà più sereno di quello concluso. Ciò che sappiamo è che c’è bisogno, come non mai, di un moto collettivo di umanità affinché il nostro Paese non si pieghi allo sconforto. La crisi economica innescata da quella sanitaria ha reso povere tante persone e spinto in una condizione di ulteriore marginalità chi povero già lo era.

Nonostante le difficoltà che stiamo vivendo da un anno, la Giornata di Raccolta del Farmaco si farà. Durerà una settimana, da martedì 9 a lunedì 15 febbraio 2021. Come sempre, ai clienti delle nostra farmacia sarà proposto di donare un medicinale per le realtà assistenziali che si prendono cura degli indigenti.

È necessario farla perché ce n’è bisogno (almeno 434.000 persone non si possono curare per ragioni economiche). E perché, ora come rare volte nella storia contemporanea, affinché la speranza abbia la meglio, servono esempi e gesti di gratuità.

Ognuno può a fare la propria parte.

5 rimedi più efficaci per sgonfiare la pancia

Se la vostra pancia è spesso gonfia come un palloncino, ci sono cibi, accorgimenti e rimedi naturali che possono aiutare a risolvere il problema.

Finocchi

Crudi, cotti o come semi nella tisana, favoriscono la digestione e diminuiscono i gonfiori. Stimolano la motilità dello stomaco e dell’intestino. Hanno azione antifermentazione. Ottima la tisana, anche fredda, da portarsi appresso e bere durante la giornata.

Carbone vegetale

Con le dovute precauzioni, è un ottimo rimedio per assorbire i gas in eccesso, ma anche l’acqua, il che lo rende utile anche in caso di diarrea. Si trova in forma di capsule o tavolette da assumere con abbondante acqua. È in grado di adsorbire, trattenendole, anche alcune sostanze tossiche, pertanto viene utilizzato come cura vera e propria.

Attenzione: lega a sé anche eventuali farmaci, diminuendone l’efficacia, pertanto è bene sentire il proprio medico se lo si intende utilizzare in contemporanea ad altre cure.

Zenzero

Spezia dal sapore piccantino molto gradevole, ha un potente effetto antinausea, aiuta i processi digestivi e quindi contribuisce ad eliminare il gonfiore addominale dopo i pasti. Aggiungetelo in polvere ai piatti di legumi, per migliorarne la digeribilità, oppure fatene tisane, con zenzero fresco, acqua calda (e magari limone).

Fermenti lattici e probiotici

Nel nostro apparato digerente vive un vero e proprio organo, detto microbiota, composto da microorganismi, batteri e lieviti, che ci aiutano a digerire, ad assimilare i nutrienti e producono vitamine per noi. Se però una terapia antibiotica o un’alimentazione scorretta distruggono questa, che chiamiamo comunemente flora batterica, digeriamo male, i cibi fermentano nell’intestino, con conseguente produzione di gas e gonfiore.

Che fare? Aiutare il ripristino dei batteri “buoni”, con alimenti fermentati come lo yogurt, il miso e il kefir, oppure integrando con capsule di probiotici, nel caso la situazione lo richieda.

I cibi da evitare

Evitare gli alimenti che ci causano gonfiore. Fateci caso: spesso ci sono dei cibi che – sempre quelli – ci provocano gonfiore e fastidio addominale. Possono essere diversi da persona a persona, ma il più delle volte appartengono a tre grandi gruppi: latte e latticini, glutine, lievito. Provate a diminuirne il consumo e a vedere se i sintomi migliorano.

Sangue senza Covid: le accortezze per donare in sicurezza

Il bisogno di sangue non si esaurisce mai: ogni giorno 1.800 persone necessitano di trasfusioni per poter sopravvivere. Per questo nonostante la pandemia l’AVIS, l’Associazione volontari italiani del sangue, invita i donatori a non far mancare il loro generoso apporto. E ricorda che donare sangue rientra tra le “situazioni di necessità” per le quali è consentito spostarsi anche in presenza di limitazioni alla circolazione delle persone per via del COVID-19.

Il donatore dovrà stampare e compilare l’autodichiarazione, nella quale inserire la specifica donazione di sangue ed emocomponenti’ e allegare, se disponibile, la conferma della prenotazione. Utile portare con sé anche il proprio tesserino associativo. Non ci sono evidenze scientifiche che dimostrino la trasmissione del coronavirus attraverso le trasfusioni di sangue ed emocomponenti.

Tuttavia le persone contagiate sono tenute a osservare un periodo di sospensione dalla donazione e quelle che si ammalano dopo una donazione a mettersi in contatto con la struttura.

È prevista la sospensione di 14 giorni:

• per tutti i donatori che abbiano viaggiato in paesi con elevata diffusione dell’epidemia, individuati di volta in volta dal Ministero della salute;

• per tutti quelli che siano stati esposti al rischio di contagio, entrando in contatto con una persona con infezione documentata da nuovo coronavirus (ma la sospensione è ridotta a 10 giorni se, al termine del 10 giorno, il donatore si sottoporrà a un tampone con esito negativo). 

Che fare se si è contagiati

Questi gli accorgimenti che un donatore deve prendere qualora sia stato contagiato dal coronavirus.

• Se positivo asintomatico dovrà rispettare i 10 giorni di isolamento fiduciario previsto e potrà donare il sangue solo se si sottoporrà, al termine di questo periodo, a un tampone che dia esito negativo;

• Se positivo sintomatico dovrà rispettare i 10 giorni di isolamento e potrà donare solo dopo aver effettuato un tampone con esito negativo, tre giorni dopo la risoluzione di tutti i sintomi con l’eccezione della perdita di olfatto e di perdita o alterazioni del gusto, che potrebbero durare più a lungo;

• Se positivo di lungo termine potrà donare solo dopo la risoluzione di tutti i sintomi e dopo essersi sottoposto a un tampone con esito negativo.

Resta sempre valida la raccomandazione di avvisare il medico responsabile della selezione donatori di tutti i viaggi e gli spostamenti, all’estero e nel territorio nazionale, e di avvisarlo di eventuali diagnosi di Covid  anche qualora i sintomi si fossero risolti da soli o a seguito di terapie.

Se ci si ammala dopo la donazione

A donazione avvenuta   in ogni caso importante che il donatore avverta la propria struttura di riferimento nei casi seguenti:

  • qualora gli venga diagnosticata l’infezione da Sars-CoV-2 nei 14 giorni successivi alla donazione;
  • qualora insorgano sintomi assimilabili a quelli del Covid_19 nei 14 giorni successivi alla donazione;
  • qualora nei 2 giorni precedenti la donazione, sia stato in contato con una persona a cui, dopo la stessa donazione, è stata diagnosticata l’infezione da Sars-CoV-2.

Il Saturimetro (polsossimetro), a cosa serve e come si usa

In questo periodo storico di emergenza sanitaria per il Coronavirus, si sente molto parlare del saturimetro. Vediamo insieme di cosa si tratta.

Il saturimetro serve a misurare l’ossigenazione nel sangue e la frequenza cardiaca. E’ utile, quindi, per sapere se i polmoni riescono ad assumerne in quantità sufficiente dall’aria che respiri. Viene normalmente usato nei pazienti con asma, bronchite cronica, BPCO, polmoniti ecc…

I valori normali di ossigenazione (riportati come SpO2) vanno dal 97% in su, ma non sono preoccupanti valori fino a 94%, soprattutto in pazienti con note patologie polmonari. Quindi:

  • sopra il 96% i valori sono normali
  • tra il 95% e il 93% indicano una lieve ipossia
  • tra il 92% e il 90% indicano ossigenazione insufficiente ed è consigliato sottoporsi a emogasanalisi( EGA), tuttavia possono risultare normali in persone affette da BPCO (broncopneumopatie croniche ostruttive)
  • al di sotto del 90% indicano una grave ipossia ed è fondamentale sottoporsi ad emogasanalisi
  • il valore 100% misurato senza somministrazione artificiale di ossigeno può essere sintomo di iperventilazione a causa, ad esempio, di un attacco di panico.

Oltre ai valori di ossigenazione, la maggior parte dei saturimetri riporta anche la frequenza dei battiti del cuore o frequenza cardiaca: quando lo leggiamo è importante non confondere i due dati!

Per un utilizzo efficiente del saturimetro è necessario che le dita siano calde: quini sfrega bene il dito prima di misurarlo e prova su dita diverse per scegliere quella che consente di misurare meglio.

Il valore da considerare è quello più alto, quelli più bassi non si considerano, ed è meglio ripetere la misurazione su più dita.

Ci sono poi alcune condizioni che possono ostacolare la corretta misurazione, tra cui:

  • unghie troppo lunghe: vanno tagliate, altrimenti il polpastrello non cade nel raggio d’azione del raggio laser che serve a misurare la saturazione dell’ossigeno;
  • smalto: gli smalti moderni non causano valori più bassi generalmente, ma è meglio toglierli;
  • “unghie gel” (quelle che vengono incollate su quella normali): potrebbero generare falsi risultati;
  • ipotensione quindi pressione sistolica (pressione alta) al di sotto dei 60 mmHg;
  • la temperatura corporea sotto i 35°, vasocostrizione dei distretti periferici possono dare dati falsati
  • i movimenti di chi sta usando il saturimetro possono creare mancate letture.

In questo periodo può essere utile averne uno in casa per monitorare l’ossigenazione di pazienti con febbre, tosse e mancanza di respiro (dispnea): è possibile acquistarne uno in farmacia.

Covid-19, il rischio di contagio degli animali domestici e come proteggerli

A oggi non esistono prove del fatto che gli animali domestici possano trasmettere all’essere umano il virus SARS-CoV-2 e svolgere un ruolo attivo nella diffusione di Covid-19. A ricordarlo è la Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri (FNOMCeO).

Tuttavia, la sorveglianza veterinaria e gli studi sperimentali suggeriscono che gli animali domestici possono contrarre l’infezione attraverso il contatto con persone infette, analogamente a quanto si verifica per le persone conviventi, è importante proteggere gli animali di pazienti affetti da Covid-19, limitando la loro esposizione.

Guardando alle diverse tipologie di animale domestico, da studi effettuati in laboratorio, su alcune specie domestiche risulterebbe confermata la suscettibilità del gatto, del furetto e, in misura minore, del cane. Per gli altri animali da compagnia, invece, non sono ancora disponibili evidenze.

Un recente studio italiano conferma anche che “gli animali domestici, in particolare cani e gatti che vivono con persone affette da Covid-19, sviluppano rapidamente anticorpi capaci di neutralizzare il virus. I cani appaiono poco suscettibili al SARS-CoV-2 e si registrano infezioni asintomatiche, mentre i gatti possono sviluppare patologie respiratorie, comunque in forma lieve“. Lo studio ha coinvolto 817 animali domestici che sono stati sottoposti a tampone soprattutto in Lombardia, ma anche in altre Regioni del Nord Italia.

La ricerca mette in luce che “gli animali d’affezione riescono a produrre una sufficiente risposta immunitaria al SARS-CoV-2, dal quale guariscono rapidamente. Questo significa anche che cani e gatti non costituiscono una fonte di pericolo per gli esseri umani“. I ricercatori suggeriscono però che nonostante siano bassi i rischi di trasmissione agli esseri umani “la sorveglianza sierologica degli animali da compagnia potrebbe essere utile per eliminare ogni potenziale pericolo”.

Per garantire il benessere e la salute degli animali nei nuclei con persone con sospetta o confermata positività alla malattia, occorre adottare una serie di misure igieniche di base, come indicato sempre dal Ministero della Salute:

– lavarsi le mani prima e dopo essere stato fuori casa o aver accarezzato gli animali;
– lavarsi le mani dopo aver maneggiato il loro cibo o le loro provviste;
– evitare di baciare, di essere leccato dagli animali o di condividere il cibo;
– al ritorno dalla passeggiata, pulire sempre le zampe degli animali domestici evitando prodotti aggressivi e a base alcolica poiché possono provocare prurito, preferendo invece prodotti senza aggiunta di profumo

Le persone infette da SARS-CoV-2, inoltre, dovrebbero preferibilmente evitare il contatto ravvicinato con i loro animali domestici, in primo luogo indossando una mascherina e, quando possibile, delegandone la cura ad altri.

E in caso si ponga in essere il dubbio o si abbia la conferma di essere stati contagiati, è necessario segnalare ai servizi veterinari della ASL se in casa sono presenti animali domestici.

Fonte: https://rb.gy/a7bnxh

Covid-19, attenzione alle fake news, ecco quelle più diffuse

In un momento di emergenza come quello che stiamo attraversando il flusso di false informazioni, soprattutto in rete e sui social, è particolarmente massiccio e districarsi nel mare magnum di notizie che vengono diffuse non è facile, anche per i più esperti. La raccomandazione che il ministero rivolge a tutti è quindi quella di affidarsi a fonti ufficiali e certificate per non cadere vittime di informazioni scorrette che alimentano ansia e comportamenti inadeguati.

A seguire 10 nuove bufale confutate dagli esperti del ministero e dell’Istituto superiore di sanità.

1. Ci si può proteggere dal coronavirus facendo gargarismi con la candeggina, assumendo acido acetico o steroidi e utilizzando oli essenziali e acqua salata.
Falso! Nessuna di queste pratiche protegge dal nuovo coronavirus e alcune di queste sono pericolose per la salute.

2. I bambini non rischiano di essere contagiati dal nuovo coronavirus
Falso! I bambini non sono immuni all’infezione da nuovo coronavirus. Anche loro possono essere infettati e sviluppare la malattia Covid-19, anche se ci sono stati relativamente pochi casi segnalati tra i bambini.

3. Al rientro in casa bisogna sempre lavare gli indumenti indossati e anche i capelli
Falso! Con il rispetto della distanza di almeno un metro dalle altre persone è poco plausibile che i nostri vestiti, o noi stessi, possano essere contaminati da virus in una quantità rilevante. Tuttavia, sempre nel rispetto delle buone norme igieniche, quando si torna a casa è opportuno riporre correttamente la giacca o il soprabito senza, ad esempio, poggiarli sul divano, sul tavolo o sul letto.

4. Tagliarsi la barba evita il contagio
Falso! La bufala nasce da una sbagliata interpretazione di una infografica del CDC dedicata alla sicurezza sul lavoro per il corretto utilizzo delle mascherine.

5. Il coronavirus rende sterili, soprattutto gli uomini
Falso! Non ci sono evidenze scientifiche che l’infezione da nuovo coronavirus sia causa di sterilità femminile o maschile.

6. Se vieni contagiato, te ne accorgi sempre
Falso! La malattia Covid-19 può dare luogo in alcuni casi ad una sintomatologia simile a quella di altre malattie respiratorie come l’influenza e il raffreddore comune, con tosse secca, febbre, stanchezza; in altri casi si manifesta con sintomi diversi, diarrea, iperemia congiuntivale, mal di gola, dolori muscolari, naso che cola, fino ad arrivare a difficoltà respiratorie e polmoniti. Inizialmente e generalmente questi sintomi sono lievi pertanto è possibile non accorgersi subito della loro comparsa.

7. C’è correlazione tra epidemia da nuovo coronavirus e rete 5G
Falso! Non ci sono evidenze scientifiche che indichino una correlazione tra epidemia da nuovo coronavirus e rete 5G. Ad oggi, e dopo molte ricerche effettuate, nessun effetto negativo sulla salute è stato collegato in modo causale all’esposizione alle tecnologie wireless.

8. Gli animali domestici possono trasmettere il virus
Falso! Non esiste alcuna evidenza scientifica che gli animali domestici, quali cani e gatti, possano contrarre il nuovo coronavirus e trasmetterlo all’uomo. Come regola generale di igiene si consiglia però di lavarsi bene le mani con il sapone dopo il contatto con gli animali, comune prassi per proteggersi da altri microrganismi che possono invece essere trasmessi dagli animali all’uomo.

9. Il nuovo coronavirus è un ceppo di virus dell’influenza che è mutato
Falso! I coronavirus sono una famiglia di virus che possono infettare l’uomo e trasmettere diverse malattie. Il virus Sars-CoV-2, che provoca la malattia denominata Covid-19, mostra alcune somiglianze con altri virus, quattro dei quali possono causare normali raffreddori. Osservati al microscopio i cinque virus mostrano una conformazione simile, che sfrutta le proteine (spike) dalla forma appuntita’per infettare le cellule umane.

10. Gli extracomunitari sono immuni all’epidemia grazie al vaccino contro la Tubercolosi
Falso! Il vaccino per la Tubercolosi non ha nulla a che vedere con il Coronavirus: la TBC è dovuta ad un batterio e non a un virus. Si ricorda che le malattie possono fare ammalare chiunque indipendentemente dalla loro etnia.

Fonte: https://rb.gy/mss0vy

Ottobre rosa, gli screening gratuiti di prevenzione del tumore al seno nel Lazio

La Regione Lazio, in occasione di Ottobre Rosa, offre alle donne nella fascia di età compresa tra i 45 e i 49 anni, cioè quelle non comprese nella fascia garantita dal programma di screening, l’opportunità di prenotare una mammografia gratuita nelle strutture sanitarie che partecipano all’iniziativa fino ad esaurimento della disponibilità.

PUOI PRENOTARE AL NUMERO 06 164161840

dal lunedì al venerdì dalle 7.30 alle 19.30 ed il sabato dalle 7.30 alle 13.00. Per la prenotazione sarà necessaria la richiesta medica con il codice esenzione:  D01 – Campagna di Screening regionale.

Se invece hai tra i 50 e i 74 anni puoi accedere tutto l’anno a percorsi di screening gratuiti.

Contatta il NUMERO VERDE SCREENING della tua ASL.


I percorsi di screening gratuiti

I Programmi di Screening consistono in percorsi organizzati di prevenzione e diagnosi precoce e sono ATTIVI TUTTO L’ANNO.

La Regione Lazio, attraverso le sue ASL, offre 3 percorsi di prevenzione GRATUITI alle persone comprese nelle fasce d’età:

  • Donne 25-64 anni per la prevenzione del tumore del collo dell’utero
  • Donne 50-69 (volontario fino a 74 anni) anni per la prevenzione del tumore della mammella
  • Donne e uomini 50-74 anni per la prevenzione del tumore del colon retto

In questo periodo di emergenza Covid-19, i Programmi di Screening Oncologici sono stati riorganizzati per garantire un servizio nel rispetto delle misure necessarie per evitare il rischio di contagio:

  • corretto distanziamento fisico;
  • igienizzazione dei locali e dei macchinari dopo ogni esame;
  • triage telefonico delle persone invitate, per verificarne lo stato di salute prima che si presentino nei presidi di screening.

Prevenire è importante, si può fare in sicurezza!

Come funzionano

  • Viene spedita a casa una lettera d’invito con un appuntamento prefissato dalla ASL di appartenenza per effettuare il test di screening; l’appuntamento può essere modificato telefonando al numero verde indicato nella lettera.
  • Il risultato viene comunicato per posta; nell’eventualità che sia necessario ripetere il test o effettuare ulteriori accertamenti, l’interessato verrà contattato telefonicamente.
  • Nel caso di un risultato del test dubbio l’interessato sarà invitato a eseguire gli esami di approfondimento presso un centro specializzato (Centro di Screening di II livello).
  • Nel caso in cui non dovesse pervenire la lettera di invito, sarà possibile telefonare ai NUMERI VERDI delle Aziende Sanitarie per avere informazioni e prenotare un esame.

 È importante effettuare i controlli programmati, in questo modo la prevenzione sarà più efficace.

Fonte: https://rb.gy/watrzq