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Vitamina D: i benefici, dove si trova e come assumerla

La vitamina D è  una grande alleata della nostra salute e l’estate è la stagione ideale per fare incetta. Questa vitamina ha un ruolo importante per la salute di ossa e denti, nel mantenere livelli normali di calcio nel sangue e contribuisce anche a un buon funzionamento del sistema immunitario. Se vuoi fare il pieno di vitamina D, esporti alla luce del sole è la scelta migliore. Anche il cibo è un ottimo alleato per farne scorta. In alternativa, se ne sei carente, puoi fare ricorso agli integratori.

I benefici della Vitamina D

Questa vitamina è essenziale per l’assorbimento intestinale dei due minerali fondamentali per la formazione di ossa e denti: il fosfato e il calcio. Sia nella crescita che nella vita adulta mantiene un buon livello di massa ossea e assicura l’integrità dello smalto della nostra dentatura. Contribuendo a mantenere una corretta quantità di calcio nel sangue, la vitamina D previene i problemi muscolari. Non solo. Questa vitamina contribuisce anche al buon funzionamento del sistema immunitario, proteggendoci dalle infezioni. La sua assunzione è consigliata per le donne in gravidanza.

La carenza di questa sostanza può portare dei problemi: nei bambini sono lo sviluppo di fragilità ossee o il rachitismo, negli adulti la perdita di massa ossea e lo sviluppo di osteoporosi. Questo comporta una propensione più accentuata a fratture e deformazioni delle ossa, ma anche debolezza muscolare. Secondo studi recenti,  una corretta quantità di questa vitamina aiuterebbe anche a prevenire dei tumori. I problemi da carenza di vitamina D insorgono con una certa frequenza nelle donne già intorno ai 40-45 anni.

Dove si trova?

La luce del sole è la migliore fonte di approvvigionamento per il nostro corpo. Bastano una ventina di minuti in maglietta e pantaloncini per farne una buona scorta. Ovviamente non bisogna esporsi negli orari più dannosi. Più che la quantità dell’esposizione è importante la frequenza. Il tuo organismo saprà far scorta di riserve di vitamina D anche per i mesi in cui c’è meno sole.

La vitamina D si può trovare anche in alcuni alimenti. Ne è molto ricco l’olio di fegato di merluzzo, che viene utilizzato alla stregua di un integratore naturale (quindi assumilo su consiglio del medico e rispetta le quantità prescritte per evitare sovradosaggi). Una discreta quantità si trova anche in salmone, sgombri e aringhe. Un po’ meno in uova, fegato e funghi.

Come assumere la vitamina D attraverso integratori

Se ti esponi poco al sole e non fai abbastanza vita all’aria aperta, puoi assumere degli integratori per assicurarti un livello accettabile di vitamina D nell’organismo. Esistono varie condizioni che suggeriscono il ricorso agli integratori. I medici, ad esempio, ne consigliano l’assunzione alle donne dopo la menopausa, proprio per prevenire l’insorgenza dell’osteoporosi. In commercio esistono diversi integratori in capsule, gocce o softgel che ne contengono i due diversi tipi, la D2 e la D3. Ma ricorda, prima di avviare un trattamento consulta sempre il tuo medico.

Spirometria, 12 motivi per farla e conoscere i propri “valori del respiro”

La spirometria è un esame che “misura” con precisione la capacità respiratoria, diagnostica eventuali problemi del respiro, dei polmoni, dei bronchi e dell’apparato respiratorio, in modo efficace, senza troppi fastidi o rischi. Un metodo diagnostico molto utile per diagnosticare e prevenire varie patologie dell’apparato respiratorio. L’esame valuta con estrema attenzione la funzione respiratoria di un individuo, la capacità dei polmoni e il grado di apertura dei bronchi con uno strumento ben preciso, lo spirometro. Si tratta di un metodo di indagine semplice, che non comporta particolari fastidi, ma che richiede la collaborazione e la partecipazione attiva del paziente. I parametri che vengono misurati sono la Capacità Vitale (VC), la capacità Vitale Forzata (FVC), il Flusso Espiratorio Forzato (FEF), la Massima Ventilazione Volontaria (MVV) e il Volume Espiratorio Forzato (FEV).

Durante l’esame, su indicazione dello specialista, il paziente deve eseguire le seguenti manovre respiratorie: – mettere uno stringinaso per evitare la perdita di aria dal naso;
– collegarsi al boccaglio sterile;
– respirare tranquillamente per alcuni secondi;
– inspirare profondamente per riempire completamente i polmoni ed espirare fino a svuotarli del tutto;
– inspirare profondamente, per poi espirare, soffiando l’aria nel boccaglio con tutta la forza possibile (fase forzata).

Ma perché scegliere di sottoporsi alla spirometria? Ci sono almeno 12 validi motivi ovvero 12 condizioni che dovrebbero spingere ad approfondire la situazione con questo esame del respiro, per diagnosticare tempestivamente eventuali patologie – dall’asma alla BPCO – e approntare, in modo altrettanto tempestivo le cure necessarie.

1.   Sei o sei stato un fumatore.
2.   Negli ultimi tempi senti di avere meno fiato.
3.   Se sali le scale resti senza fiato.
4.   Non riesci a fare attività fisica come facevi prima.
5.   Sei preoccupato riguardo le tue performance durante lo sport o l’attività fisica.
6.   Hai tosse da molti mesi o anni (per esempio, la tosse da fumo).
7.   Ti scopri spesso ad ansimare.
8.   Quando tossisci espelli del muco anche se non sei raffreddato.
9.   In precedenza hai assunto farmaci (per esempio con inalatori) per una malattia polmonare.
10. Sei preoccupato riguardo la salute dei tuoi polmoni.
11.  A volte ti sembra che non ci sia abbastanza aria.
12. Senti dolore quando inspiri o espiri.

Se uno o più di questi “punti” suona famigliare, meglio rivolgersi allo specialista e sottoporsi alla spirometria. L’esame viene effettuato anche nella nostra sede, in Via di Torrenova, 212 a Roma.
Vi sono anche delle controindicazioni alla Spirometria, quali: 
– precedenti episodi cerebrovascolari
– infezioni polmonari
– recente sottoposizione ad interventi chirurgici toracici, addominali o oculari
– infarto miocardico negli ultimi sei mesi, o angina pectoris instabile
– aneurismi
– grave ipertensione arteriosa
– presenza di sintomi che potrebbero interferire con la spirometria (nausea, vomito)
L’esame può essere eseguito solo da adulti o bambini con età minima di 6 anni, che riescano a collaborare. La collaborazione del paziente è fondamentale, per questo motivo questo esame non può essere eseguito su pazienti sedati, in ventilazione assistita o privi di coscienza.

Cani e gatti in primavera, consigli per curarli al meglio

Per cani e gatti la primavera non è tutta rose e fiori, ci sono insidie e problemi . Come prendersene cura?

  • Allergie – cani e gatti potrebbero manifestare forme allergiche. In caso di pelo opaco, lacrimazione dagli occhi, forfora e altro è consigliabile una visita dal veterinario di fiducia.
  • Parassiti – con l’aumento delle temperature si risvegliano pulci, zecche e flebotomi. Oltre ad essere fastidiosi, i parassiti possono provocare infezioni e trasmettere malattie da non sottovalutare. Bisogna usare buoni antiparassitari, optare per quelli al naturale per chi è a contatto con i bambini- Le zanzare sono i parassiti che trasmettono la filaria, mentre i pappataci la leishmaniosi. Per questo è indispensabile usare un antiparassitario che protegga il cane e il gatto da quest’ultimi insolenti parassiti.
  • Accoppiamento   in primavera si risveglia anche l’istinto di coppia. Cagne e gatte potrebbero avere comportamenti insoliti come cercare di scappare di casa, di essere inappetenti o nervose. Sono gli effetti dell’amore! Se non si cerca di allargare la famiglia con la prole del nostro pet dobbiamo prendere in considerazione di sterilizzare i nostri amici.
  • Peluria in primavera i nostri beniamini cambiano il pelo, perdendo il pelo cresciuto in inverno. E’ opportuno spazzolarli anche più volte al giorno, o addirittura di usare spazzole slanatore in modo da togliere anche il sotto pelo morto. Bisogna fare anche un bel bagnetto usando uno shampoo per il pelo specifico dell’animale, in modo che la cute e il pelo ne gioveranno.
  • Alimentazione – Consigliamo di dare un’ alimentazione diversa da quella invernale perché diventano più attivi e quindi il loro fabbisogno energetico cambia. Magari si può optare per un cibo secco meno proteico, poiché innalza anche la temperatura stagionale. Quindi è importante fornire un alimento completo e bilanciato che possa apportare all’animale tutti i nutrienti di cui ha bisogno.

Analisi del sangue, quali le più importanti e con quale frequenza

Gli esami del sangue sono uno strumento fondamentale per monitorare il nostro stato di salute ed eseguire una corretta prevenzione per le patologie più importanti. Il fattore di rischio tempo non è da sottovalutare per nessuna malattia, per questo gli esami del sangue sono un ottimo “campanello di allarme” per diverse patologie, permettono un rapido check up, consentono una panoramica veloce sullo salute al medico. Per un buono stato di salute è importante periodicamente effettuare analisi ematochimiche generali. Attraverso un semplice prelievo venoso è possibile prevenire le malattie più importanti a carattere sociale ad esempio, diabete, tumori, malattie cardiovascolari, epato e nefropatie, ecc.).
Le analisi del sangue sono molto utili per almeno 4 motivi:

  • La prevenzione
  • La conferma di sintomi di malattie e condizioni di salute
  • Prima di effettuare un intervento chirurgico
  • Il monitoraggio di terapie e trattamenti con farmaci

In particolare è utile controllare:

  • Anemia (con l’assetto marziale)
  • Emocromo per individuare problemi ematologici
  • Stato di salute del fegato (fosfatasi alcalina, transaminasi, bilirubina, gamma-GT),
  • Salute dei reni (azotemia, creatinina),
  • Funzioni del metabolismo (glicemia, colesterolo, trigliceridi, ormoni tiroidei, etc.),
  • Il rischio di incorrere in malattie cardiovascolari (omocisteina, CPK)
  • Presenza di infezioni (urinocoltura, emocromo, indici infiammatori)

Inoltre è possibile ricercare i marcatori tumorali: indicatori biologici utili per la diagnosi di un tumore. Tra questi il PSA per il cancro alla prostata.

Ogni quanto, un soggetto in buona salute, dovrebbe effettuare un prelievo?

L’esame del sangue, in una persona in buona salute, dovrebbe essere eseguito almeno una volte all’anno. Sicuramente il medico di famiglia, conoscendo l’anamnesi, saprà indirizzare al meglio il paziente.

 

Pressione sanguigna e battiti cardiaci, tutto quello che devi sapere

La pressione sanguigna è la pressione esercitata dal sangue circolante sulle pareti dei vasi sanguigni. Quello che si misura tipicamente sono due valori di pressione arteriosa (cioè esercitata sulle arterie), che sono indicati come rapporto:
Pressione sistolica: il primo numero, che è anche il valore più alto (massima), indica la pressione nelle arterie in corrispondenza del battito cardiaco (quando il muscolo cardiaco si contrae).
Pressione diastolica: il secondo numero, il valore più basso (minima), indica la pressione nelle arterie tra battiti cardiaci, quando il muscolo cardiaco si rilascia e il cuore si riempie di sangue.
I valori di pressione arteriosa secondo le raccomandazioni del Ministero sono così classificati:

PressioneMassima (mm Hg)Minima (mm Hg)
NormaleMinore di 120e Minore di 80
Pre-ipertensioneTra 120 e 139o Tra 80 e 89
Ipertensione I StadioTra 140 e 159o Tra 90 e 99
Ipertensione II StadioMaggiore od uguale 160o Maggiore od uguale a 100
Ipertensione sistolica isolataMaggiore od uguale 140e Minore di 90
Crisi ipertensivaMaggiore di 180o Maggiore di 110

PRESSIONE ALTA

A partire dai 20 anni di età, l’AHA, l’associazione americana che si occupa della salute del cuore, raccomanda il controllo della pressione arteriosa durante le visite mediche di routine o almeno una volta ogni due anni se la pressione arteriosa è minore di 120/80 mmHg.
La pressione arteriosa (PA) aumenta con ciascun battito cardiaco e si riduce quando il cuore si rilascia tra i battiti. Mentre la PA può cambiare di minuto in minuto in concomitanza a
cambi di postura, attività fisica, stress o riposo, patologie (febbre in particolare). In circostanze normali negli adulti a partire dai 20 anni dovrebbe essere inferiore a 120/80 mmHg (sistolica inferiore a 120 e diastolica inferiore a 80).

Un singolo valore alto non è necessariamente sinonimo di ipertensione arteriosa, ma se nel tempo vengono riscontrati valori maggiori o uguali a 140/90 mmHg (sistolica 140 o più, oppure diastolica 90 o più), il medico molto probabilmente avvierà un percorso terapeutico. Un programma del genere include ogni volta che sia possibile delle modifiche allo stile di vita, nonché la prescrizione di farmaci quando necessario. Se durante il monitoraggio della pressione arteriosa vengono riscontrati valori sistolici di 180 mmHg o più, o valori diastolici di 110 mmHg o più, aspettare qualche minuto e ripetere la misura. Se vengono nuovamente riscontrati valori alti, la misura sarà indicativa di crisi ipertensiva e sarà necessario ricorrere immediatamente a un intervento medico per trattarla. Se non è possibile ottenere aiuto domiciliare, è necessario farsi portare al pronto soccorso.

È PIÙ IMPORTANTE LA MASSIMA O LA MINIMA?

Tipicamente nei soggetti con oltre 50 anni si dà maggior peso alla pressione arteriosa sistolica (massima) come fattore di rischio per le malattie cardiovascolari. In molti soggetti la pressione arteriosa aumenta gradualmente con l’età a causa del progressivo irrigidimento delle arterie maggiori, dell’accumulo progressivo di placche e dell’aumentata incidenza di malattie cardiache e vascolari.

PRESSIONE BASSA

Per sapere se si è iper- o ipotesi, termini che indicano rispettivamente una pressione troppo alta o più bassa del normale, è necessario conoscere i livelli di pressione ritenuti sani. La pressione arteriosa ottimale è meno di 120/80 mmHg.  Entro certi limiti, più bassi sono i valori e meglio è. Non esistono limiti specifici a cui attenersi per definire la pressione arteriosa troppo bassa, a meno che non ci siano sintomi o disturbi.

UNA PRESSIONE ARTERIOSA INTORNO A 85/55 È DA CONSIDERARE UN PROBLEMA?

Se non si manifestano sintomi riferibili a una pressione arteriosa troppo bassa, non ci sono ragioni di preoccuparsi. La maggioranza dei medici considera una pressione arteriosa cronicamente bassa pericolosa solo se causa segni rilevabili e sintomi quali:

  • Vertigine o senso di stordimento
  • Svenimenti (sincopi)
  • Disidratazione e sete inusuale: la disidratazione può talvolta causare cadute della pressione arteriosa, tuttavia, la disidratazione non segnala automaticamente una pressione arteriosa ridotta. Febbre, vomito, diarrea grave, abuso di diuretici e intensa attività fisica possono tutti indurre disidratazione, una condizione potenzialmente grave in cui il corpo perde più acqua rispetto a quanta ne assume.
  • Mancanza di concentrazione
  • Visione confusa
  • Nausea
  • Pelle fredda, umida e pallida
  • Respiro rapido e profondo
  • Stanchezza
  • Depressione

La pressione arteriosa bassa può associarsi a:

  • Riposo a letto prolungato
  • Gravidanza: Durante le prime 24 settimane di gravidanza, una diminuzione della pressione arteriosa è comune.
  • Riduzioni del volume ematico: anche una diminuzione del volume di sangue può causare la discesa della pressione arteriosa. Una perdita significativa di sangue conseguente a un trauma grave, disidratazione o sanguinamenti interni massicci ne riduce il volume, inducendo una significativa diminuzione della pressione arteriosa.
  • Vari farmaci possono causare una pressione arteriosa bassa: diuretici e altri farmaci per l’ipertensione, farmaci per il cuore come i beta-bloccanti, farmaci per il morbo di Parkinson, antidepressivi triciclici, medicinali per la disfunzione erettile, soprattutto in combinazione con la nitroglicerina, narcotici e alcolici. Altri farmaci e composti da banco possono abbassare la pressione arteriosa quando presi in associazione con i farmaci per l’ipertensione.
  • Problemi cardiaci: possono determinare una pressione arteriosa bassa annoverano una frequenza cardiaca anormalmente bassa (bradicardia), patologie delle valvole cardiache, un attacco cardiaco e l’insufficienza cardiaca. Il cuore può non essere in grado di far circolare abbastanza sangue per le necessità dell’organismo.
  • Problemi endocrini: interessano le ghiandole secernenti ormoni del sistema endocrino, in particolare deficit tiroidei (ipotiroidismo), malattie delle paratiroidi, insufficienza surrenalica (morbo di Addison), ipoglicemia e, in alcuni casi, diabete.
  • Infezioni gravi (shock settico): può avvenire quando i batteri lasciano il sito primario dell’infezione (perlopiù i polmoni, l’addome o il tratto urinario) ed entrano nel circolo sanguigno. I batteri producono quindi tossine che colpiscono i vasi sanguigni, portando a una riduzione drastica e potenzialmente mortale della pressione arteriosa.
  • Reazione allergica (anafilassi): lo shock anafilattico è una reazione allergica talvolta mortale che può verificarsi in soggetti molto sensibili a farmaci come la penicillina, alcuni alimenti come le arachidi, o le punture di api o vespe. Questo tipo di shock è caratterizzato da problemi respiratori, orticaria, prurito, gonfiore della gola e una caduta improvvisa e drammatica della pressione arteriosa.
  • Ipotensione di origine neurologica: questo disordine causa la caduta della pressione arteriosa dopo lunghi periodi in posizione eretta, originando sintomi come senso di vertigine, nausea e svenimento. Questa condizione colpisce principalmente soggetti giovani e avviene a seguito di un errore di comunicazione tra il cuore e il cervello.
  • Carenze nutrizionali: la mancanza di vitamina b12 e/o di acido folico può causare anemia, che può portare a una riduzione della pressione arteriosa.

QUANDO CONSULTARE IL MEDICO

In caso di vertigini o senso di stordimento, si raccomanda di consultare il proprio medico. In caso di disidratazione, ipoglicemia o colpo di calore (troppo sole o troppo a lungo in un bagno caldo), è più importante la velocità di riduzione della pressione che non l’entità. Annotarsi sintomi e attività corrispondenti al momento in cui si sono manifestati i sintomi.

PRESSIONE ARTERIOSA E FREQUENZA CARDIACA

Non c’è una chiara correlazione tra frequenza cardiaca e pressione arteriosa e quindi la misurazione della frequenza cardiaca non è indicativa del valore di pressione arteriosa. Per chi soffre di ipertensione arteriosa, non ci sono alternative alla misura della pressione.

L’INCREMENTO DELLA FREQUENZA CARDIACA NON CAUSA ANALOGA SALITA DELLA PRESSIONE

Anche se il cuore batte più volte al minuto, i vasi sanguigni sani si dilatano (si allargano) per permettere un passaggio più facile al maggior volume di sangue. Durante l’attività fisica, il cuore accelera in modo da convogliare più sangue ai muscoli. Il cuore può essere in grado di raddoppiare la propria frequenza senza problemi, mentre la pressione arteriosa va incontro a incrementi modesti. Il rilevamento del polso può misurare l’attività cardiovascolare e il consumo di ossigeno, ma non sostituisce la misurazione della pressione arteriosa. Se ci si prende il polso (la frequenza cardiaca) prima, durante e dopo l’attività fisica, si noterà che aumenta durante l’esercizio. Maggiori sono l’intensità e l’energia richieste dall’esercizio, più il polso aumenterà. Quando l’esercizio viene interrotto, il polso non torna immediatamente ai livelli di base, ma solo gradualmente. Maggiore è il grado di allenamento fisico, più rapida sarà la ripresa della normale frequenza cardiaca. Questi valori possono essere utili per capire, ma non sono correlati alla pressione arteriosa.

 

Fonte: https://bit.ly/2Bl9a3D

Diabete, come riconoscerlo e prevenirlo nei nostri amici a quattro zampe

Il diabete non risparmia neanche i nostri amici a quattro zampe. La malattia viene diagnosticata in circa un animale domestico su 500, ma spesso i padroni non se ne rendono conto, così come ignorano di essere stati loro a “contagiarli”. Cani e gatti condividono con i padroni spaziabitudini e stili di vita non sempre corretti. Tuttavia, prevenire si può e, se curato, il diabete negli animali comporta una vita quasi normale.

Il cane è colpito quasi esclusivamente dal diabete di tipo 1, quello di tipo genetico, e le femmine affette risultano essere il doppio rispetto ai maschi. Anche alcune razze sono più a rischio: Setter Inglese, Yorkshire Terrier, Samoiedo, Terrier, Schnauzer Nano, Beagle, Barbone, Dobermann Pinscher, Golden retrive e Labrador. Nel gatto, invece si presenta più spesso il diabete di tipo 2 e sono più colpiti i maschi castrati. A differenza del cane, nei gatti il legame tra obesità e comparsa della malattia è stato chiaramente dimostrato. Per questo si tratta quasi di una “malattia trasmissibile” perché involontariamente a trasmettergliela è il padrone con un’alimentazione inadeguata.

I sintomi

Gli animali domestici non sono in grado di comunicare il proprio malessere, ogni padrone dovrebbe stare particolarmente attento ai campanelli d’allarme e ai segnali fisici per andare in tempo dal veterinario. I sintomi più caratteristici sono la sete intensa, l’urinazione abbondante, la perdita di peso, la letargia (l’animale è meno attivo o dorme di più), gli occhi opachi (nel cane), l’assenza di auto-pulizia (nel gatto) oppure il pelo radosecco e opaco.

Prevenzione

Come nell’uomo, oltre all’età e ai fattori genetici, vanno tenuti in considerazione anche fattori di rischio legati allo stile di vita, quali obesità e poco esercizio fisicoEvitare che il proprio animale sia in sovrappeso seguendo una giusta alimentazione, sia per il cane che per il gatto, e assicurarsi che faccia un po’ di attività ogni giorno. Fare attenzione ai primi sintomi è importante per evitare complicanze, come la cataratta nel cane, cioè una progressiva opacizzazione del cristallino che può provocare la cecità, e debolezza degli arti posteriori, dovuta a un danneggiamento dei nervi.

Se però obesità e sedentarietà rimangono due fattori di rischio presenti nella vita del proprio animale domestico, allora il proprietario dovrebbe sottoporre l’animale a controlli periodici. La valutazione iniziale consigliata dai veterinari può essere semplicemente l’analisi delle urine per ricercare la presenza di zucchero. Individuando la patologia precocemente e intervenendo con una tempestiva terapia insulinica, si può garantire al nostro animale un’elevata qualità di vita.

Argilla verde, 10 ricette per utilizzarla per la salute e la bellezza

L’argilla verde è un rimedio naturale dai numerosi benefici. Fin dall’antichità veniva utilizzata per la preparazione di impacchi adatti per la cura della pelle, per alleviare le irritazioni e i dolori articolari, ma anche in caso di distorsioni o di problemi muscolari. Ecco 10 ricette per utilizzarla al meglio:

  1. MASCHERA PER IL VISO
    Prepara la base della maschera: in una tazza versa ½ bicchiere d’acqua minerale a temperatura ambiente, sciogli 1 cucchiaino di miele, aggiungi 1 cucchiaino di olio di oliva e lentamente 1 bicchiere di argilla verde ventilata mescolando il tutto con un cucchiaio di legno (non di metallo) fino a che non ottieni una crema omogenea, senza grumi. A questo punto completa la tua maschera a seconda del tipo di pelle che hai:
    Pelle secca: aggiungi 2 cucchiai di infuso di foglie di malva, ¼ di cucchiaino di olio di oliva (rosa mosqueta o mandorle dolci) e mescola il tutto. Aggiungi infine da 1 a 3 gocce di olio essenziale di sandalo. Tieni in posa per 3 minuti.
    Pelle normale:alla maschera base aggiungi da 1 a 3 gocce di olio essenziale di lavanda. Tieni in posa 5 minuti.
    Pelle grassa/acneica: alla maschera base aggiungi 1 cucchiaio di succo di limone spremuto al momento e mescola. Puoi arricchire la maschera anche con 1-3 gocce di olio essenziale di limone o pompelmo. Tieni in posa 10 minuti.
  2. DETERGENTE VISO
    Mescola 1 cucchiaino di argilla verde, 1 cucchiaio di gel d’aloe, 1 manciata di farina di mandorle o di mandorle tritate, 2 gocce di olio essenziale di lavanda e alcune gocce di tonico per il viso, in modo da ottenere un composto piuttosto solido. Basterà staccarne un pezzetto al momento dell’utilizzo, mescolarlo all’acqua del rubinetto sul palmo della mano e utilizzarlo sul viso come se si trattasse di un detergente a risciacquo o di un normale sapone.
  3. TRATTAMENTO ANTICELLULITE
    Gli inestetismi della cellulite, come la pelle a buccia d’arancia, possono essere attenuati grazie ad impacchi frequenti a base di argilla verde. E’ importante la costanza. Devi preparare un composto spalmabile aggiungendo all’argilla verde dell’acqua a temperatura ambiente. Puoi aggiungere all’impacco piccole quantità di ingredienti considerati attivi contro la cellulite, come l’olio di betulla e l’olio essenziale di rosmarino o di geranio.
  4. DEPURAZIONE DELL’ORGANISMO:  Acquista dell’argilla adatta per uso interno. In seguito, sciogli mezzo cucchiaino da caffè di argilla in mezzo bicchiere d’acqua. Mescola il tutto con un cucchiaio di legno o un bastoncino (è importante che non sia qualcosa di metallo) e lascia riposare il composto coperto da una garza o un panno di cotone per una notte in modo che l’argilla si depositi sul fondo. Bevi la mattina seguente a digiuno solo l’acqua, eliminando ciò che è rimasto sul fondo. L’acqua con l’argilla depositata sul fondo, va bevuta per un mese tutte le mattine a digiuno!
  5. MAL DI TESTA
    Applica sulla fronte un composto preparato sciogliendo 2 o 3 cucchiai di argilla verde in acqua tiepida. Avrai  ottenuto un cataplasma antidolorifico, che puoi rendere ancora più efficace arricchendolo con qualche goccia di olio essenziale di lavanda o di arancio dolce, entrambi noti per le loro proprietà rilassanti.
  6. DOLORI ARTICOLARI
    Mescola 1 bicchiere di argilla ventilata, 1 cucchiaino di olio extravergine, ½ bicchiere di acqua calda e 1 cucchiaino di miele, con l’aiuto di un cucchiaio di legno. Una volta ottenuto un composto dalla consistenza cremosa, puoi applicarlo sulle articolazioni doloranti per 30-60 minuti. Consigliamo di praticare gli impacchi all’argilla per 1 mese, a giorni alterni.
  7. OCCHI INFIAMMATI
    Devi immergere due garze sterili piegate in quattro in una soluzione di acqua e argilla (da preparare lasciando riposare per 15 minuti un cucchiaio di argilla verde in un bicchiere d’acqua). Aggiungi all’acqua e argilla un infuso freddo di malva, eufrasia e camomilla. Quindi appoggia sugli occhi le garze imbevute nell’impacco. Puoi ripeterne l’applicazione fino a 3 volte al giorno.
  8. DENTIFRICIO IN POLVERE
    Trita finemente e riduci in polvere, con l’aiuto di un mortaio o di un mixer da cucina: ½ cucchiaino di argilla verde ventilata, 2 cucchiai di foglie di salvia essiccata, 2 cucchiai di bicarbonato, 5 chiodi di garofano. Puoi  aromatizzare il dentifricio con 5 gocce di olio essenziale di menta o di limone. Otterrai un dentifricio ecologico dalle proprietà sbiancanti e igienizzanti. Per trasformare questo dentifricio in polvere in un dentifricio in pasta, puoi mescolarne una piccola quantità con del gel d’aloe, al momento dell’utilizzo.
  9. IMPACCO ANTIFORFORA
    È sufficiente mescolare l’argilla con un po’ d’acqua per ottenere un composto spalmabile. L’impacco antiforfora all’argilla verde è consigliato soprattutto in presenza di capelli grassi. Nel caso dei capelli secchi, si consiglia di sostituire l’argilla verde con l’argilla bianca, più delicata. Devi massaggiare il cuoio capelluto e lasciare agire l’impacco per 30 minuti prima di passare allo shampoo.
  10. CURA DELLE UNGHIE
    L’argilla è tra i rimedi naturali per chi si mangia le unghie e le pellicine, che aiutano a lenire, ammorbidire e purificare la pelle. Puoi provare ad immergere le mani per qualche minuto, ogni giorno, in un catino con dell’acqua tiepida, in cui avrete versato 2 cucchiai di argilla verde in polvere.

Fitoterapia: che cos’è e come può esserti d’aiuto

Considerata una medicina alternativa, la fitoterapia non lo è affatto. È una branca della farmacologia che, anziché basarsi su sostanze chimiche di sintesi, prevede la somministrazione di piante, funghi, alghe, licheni e altri vegetali. Da questi, con diversi processi di estrazione, si ottengono preparazioni vegetali che hanno una specifica azione terapeutica. La fitoterapia è una medicina a tutti gli effetti, usata dall’80% della popolazione mondiale e che oggi piace sempre di più anche perché ecologica. Curarsi con le piante è un modo per sentirsi parte della natura e contribuire a proteggerla.

La principale differenza tra il meccanismo d’azione della fitoterapia e quello dei farmaci tradizionali nel cosiddetto fitocomplesso, il particolare cocktail di centinaia di sostanze diverse contenuto in ogni singola pianta. Mentre il principio attivo del farmaco colpisce un singolo bersaglio (un organo, un determinato processo), il fitocomplesso agisce per sinergia: una strategia terapeutica che va contemporaneamente su diversi bersagli, con un’azione più morbida, ma efficace su largo raggio. Mentre i princìpi attivi estratti chimicamente risultano spesso aggressivi con effetti indesiderati, le piante contengono sostanze naturali che ne modulano l’azione. Prima che arrivassero le benzodiazepine, negli anni Cinquanta, era la radice di valeriana il sedativo per eccellenza. Oggi che conosciamo i rischi di questi farmaci si sta riscoprendo l’alternativa vegetale che riassume vari effetti sedativi sul sistema nervoso.

La fitoterapia, con le dovute cautele, si presta al fai da te per i piccoli disturbi quotidiani, in alternativa a farmaci meno maneggevoli. Se hai un po’ di dimestichezza con le erbe saprai che ogni pianta ha una sua sfera d’azione: melissa e finocchio calmano gli spasmi dell’apparato digerente, equiseto e betulla purificano i reni, la malva con le sue mucillagini è un eccellente antinfiammatorio, timo ed eucalipto sciolgono il catarro e disinfettano le vie respiratorie, e così via. Sotto controllo medico puoi anche trattare una lieve ipertensione, migliorare malattie come il diabete e le allergie, fare il pieno di energia o buonumore e persino rivitalizzare la sessualità. Molti fitocomplessi possono alleviare la sindrome da fatica o placare la nausea della chemio e radioterapia.

Come tutte le medicine, anche la fitoterapia ha dei limiti. Non ci sono erbe che ti facciano passare il mal di testa o i dolori mestruali con la velocità di un analgesico. Se hai una polmonite o una grave bronchite dovrai senz’altro ricorrere agli antibiotici, ma potrai accompagnare la cura con tisane di timo per migliorare la respirazione ed echinacea per aumentare le difese. C’è un campo in cui la cura con le piante è imbattibile: quello “drenaggio”. Grazie ai gemmoderivati, particolari preparazioni ricavate dai germogli, si rimettono in moto le reazioni degli organi emuntori come fegato, reni e polmoni, l’organismo si libera delle tossine, lo stato infiammatorio si abbassa e tutto funziona meglio. È questo il motivo per cui molti medici omeopati e naturopati ricorrono al “drenaggio” fitoterapico prima di iniziare ogni cura.

 

 

La tosse nel bambino: consigli, rimedi e quando preoccuparsi

La tosse è un meccanismo fisiologico che consente l’espulsione di materiale irritante dalle vie aeree come microbi, inquinanti ambientali (il fumo in casa, lo smog fuori casa) o la presenza di un corpo estraneo. Quando arriva in gola o nelle prime vie aeree, rappresenta il primo meccanismo di difesa. La tosse è molto frequente nei primi anni di vita del bambino specie se va al nido o alla scuola materna, vero ‘ricettacolo’ di virus e germi, che colpiscono proprio i più piccoli, che hanno un sistema immunitario ancora immaturo. Si calcola che in media i bambini contraggono 6-8 infezioni virali a carico delle vie respiratorie superiori ogni anno, che sono accompagnate generalmente a tosse.

La tosse più frequente nei bambini è quella acuta. Dura 4-5 giorni e segue un raffreddore. Deriva di solito da un’infezione respiratoria di tipo virale e si manifesta nelle prime ore della nanna e al mattino, causando notti insonni. Per superare il problema però ci sono diversi rimedi naturali:

  • Pulizia del naso – Bisogna effettuare più volte durante il giorno la pulizia delle cavità nasali con la soluzione fisiologica: in farmacia si trovano spray o fialette da inalare direttamente nelle narici del bambino.
  • Nanna con la testa sollevata – Far dormire il bambino con la testa un po’ più sollevata rispetto al solito inserendo sotto al materasso un cuscino aggiuntivo.
  • Aerosol con soluzione fisiologica – Umidificare le vie aeree facendo al piccolo degli aerosol con la soluzione fisiologica (senza l’aggiunta di altri medicinali!). Il vapore inalato aiuta a sciogliere il muco.
  • Umidificare la stanza – Umidificare gli ambienti, con l’aiuto di un umidificatore senza aggiungere sostanze balsamiche, che potrebbero irritare.
  • Far bere al bambino più del solito – dare da bere in abbondanza, perché i liquidi fluidificano il muco;
  • Latte caldo con miele – Somministrare latte caldo, magari addolcito con miele (il miele è vietato fino all’anno), che aumenta la fluidità del muco e allevia il fastidio avvertito dalla gola irritata. Moderare sempre le dosi e non somministrare mai sotto l’anno di età, dove gli effetti collaterali sono stati più importanti.
  • Divieto di fumo – Non fare soggiornare il bambino in luoghi in cui si fuma. Attenzione anche al fumo di terza mano: quello che si attacca ai vestiti e ai capelli.
  • Areare la stanza e temperatura non oltre i 20°c.

Ai medicinali si può ricorrere solo se la tosse rimane molto intensa nonostante si siano adottati i rimedi suggeriti e solo dopo aver consultato il pediatra. Specialmente in età pediatrica, infatti, i farmaci non devono essere mai somministrati di propria iniziativa, neanche quando si tratta di farmaci da banco, acquistabili senza bisogno di ricetta medica!

Il pediatra deve essere consultato subito se:

  • La tosse si accompagna a una frequenza respiratoria elevata oppure ad affanno respiratorio, che potrebbero far sospettare una bronchite asmatica.
  • La tosse è accompagnata da febbre elevata da 2-3 giorni oppure la febbre si è ripresentata dopo 2-3 giorni di remissione, cosa che deve indurre a sospettare una infezione più seria.
  • La tosse dura da più di tre settimane.
  • Non sono chiari i motivi della sua insorgenza o si sospetta che il bambino possa avere inalato un corpo estraneo.

Batteri, al nostro naso bastano 5 minuti per difenderci

Il nostro naso ci difende dai batteri.  All’ospedale universitario Eye and Ear del Massachusetts hanno appena scoperto un meccanismo di difesa contro i patogeni che non era mai stato osservato prima: le cellule dell’epitelio nasale rilasciano delle vescicole (gli esosomi) che contengono molecole killer, enzimi che uccidono tanto quanto gli antibiotici, e fondendosi con altre cellule le armano contro gli aggressori. Lo studio pubblicato sul Journal of Allergy and Clinical Immunology rivela che le cellule dell’epitelio nasale, soprattutto quelle della parte anteriore, sono un po’ come dei soldati in trincea, la nostra prima linea di difesa.

Finora non si conosceva il livello di complessità delle strategie utilizzate. Come è noto il naso produce muco grazie al quale i microrganismi vengono inglobati e neutralizzati. Ma perché il muco poi viene spinto verso il fondo del naso per essere deglutito invece di venire espulso? Perché nel muco si trovano tracce di proteine delle cellule nasali? È da questi interrogativi che i ricercatori sono partiti per la loro indagine. Così hanno utilizzato campioni di tessuto nasale prelevati da pazienti per ottenere cellule da coltivare in laboratorio e su cui fare esperimenti. In particolare i ricercatori volevano vedere cosa succede durante il primo contatto con i batteri e quello che hanno visto è che entro 5 minuti si attiva un meccanismo di risposta immunitaria innata che stimola il rilascio di milioni di esosomi, delle microscopiche vescicole che contengono proteine e rna. In realtà, i ricercatori hanno scoperto che gli esosomi vengono rilasciati normalmente nel muco ma quando l’organismo viene aggredito il numero di vescicole espulse raddoppia. La scoperta è stata poi confermata dalle osservazioni in vivo, cioè direttamente nei pazienti.

A cosa servono dunque gli esosomi rilasciati dalle cellule nasali? Secondo gli autori dello studio queste vescicole contengono enzimi con attività antimicrobica estremamente potente, simile a quella degli antibiotici. Disperse nel muco, tali proteine uccidono i batteri. Ma non è tutto. Oltre a essere un’arma diretta contro i patogeni, gli esosomi fungono anche da messaggeri e da supporto operativo: spinti all’indietro dal movimento delle ciglia presenti nel naso, le vescicole raggiungono le cellule che si trovano più in profondità nelle vie aeree e si fondono con loro per fornire informazioni sull’attacco e predisporre la difesa. I meccanismi di questa strategia difensiva non sono ancora del tutto chiari, ma gli autori della ricerca ritengono di aver trovato un buon punto di partenza, che fa pensare che in futuro si potranno sviluppare degli esosomi artificiali che consentano, per esempio, di veicolare farmaci in profondità nell’albero respiratorio.